Se io chiedessi ad un italiano qualunque cosa sia “Atlante” probabilmente la sua risposta sarebbe riferita ad un non meglio precisato ambito geografico.

Eppure, se gli chiedessi di Monte dei Paschi di Siena e dei 20 miliardi di euro, la risposta probabilmente sarebbe molto diversa. Nell’ultimo mese, infatti, non si è parlato d’altro se non dell’inaspettato (secondo molti) evento che allo Stato Italiano è costato la creazione di un fondo da, appunto, 20 miliardi di euro. Se non lo sapevate, informatevi un secondo, sennò la lettura di questo articolo sarà pressoché inutile.

E se non riuscite a comprendere il perchè ho aggiunto un “secondo molti” tra parentesi, il consiglio rimane lo stesso di cui sopra.

Il fondo per MpS è tutt’altro che “inaspettato” o sorprendente. Esso altro non è che la logica conseguenza di quanto poteva prevedersi in seguito al Referendum del 4 Dicembre, il Piano B già menzionato dal sottoscritto, per nulla nuovo o non previsto.

Eppure gli italiani dovrebbero già saperlo, non essendo ciò certamente una novità. Perché Atlante non è solo uno strumento di erudizione geografica, ma anche il nome di non uno ma due fondi privati (ma non solo) che le banche italiane sono state costrette a sottoscrivere, onde evitare di vedere un collasso del sistema creditizio italiano. A questo giro, Atlante non è riuscito a sostenere il mondo della malata finanza italiana e, dunque, ha ceduto il passo allo Stato.

Ma come si è arrivati a questo ennesimo disastro finanziario italiano? Quale è la vera causa? 

Volendo cercare di fare una analisi significativa, occorre valutare i problemi che possono riguardare singoli prestiti tramutatisi in crediti impossibili da riscuotere poiché in mano a società valutate, eufemisticamente parlando, in maniera un po’ troppo positiva. Per fare un esempio, Carige è esposta per 250 milioni di euro nei confronti di GhT, una società che nel capoluogo ligure sta lottando con tutte le sue forze per insediare il più grande Parco Scientifico e Tecnologico d’Italia, ma che ad oggi risulta ancora molto distante dall’obbiettivo finale, nonostante tutti i buoni auspici e gli avvenimenti decisivi in senso positivo che dovrebbero avvenire nel 2017, a cominciare dalla cessione delle aree per l’insediamento del polo di Ingegneria nella giornata di oggi.

Nonostante il mio massimo appoggio verso un’opera del genere, i ritardi che la caratterizzano non possono soddisfare le scadenze finanziarie di un prestito ingentissimo che, non a caso, è stato ristrutturato nel 2014.

Situazioni analoghe si sono ripetute per anni in tutto il Paese, portando spesso a dissesti finanziari di varia dimensione. La realtà, a mio modo di vedere, è molto semplice: in Italia la banca non sa più fare la Banca ed il crollo dei tassi di interesse a livello mondiale ha reso il tutto molto più evidente.

Le banche italiane, salvo qualche notevolissima eccezione, non hanno saputo tenere il passo con le rispettive controparti estere anche e soprattutto perchè non hanno differenziato il loro loro business.

A fini esplicativi, ecco uno schema riassuntivo delle varie divisioni di una Banca

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Dove:

  • La divisione Commercial Banking si rifà alla clientela retail, altro non è che la banca tradizionale
  • La divisione Private Banking fornisce servizi dedicati a clienti High Net Worth (i.e.: con più di 500mila euro di patrimonio, in genere) e forma, assieme alla divisione Commercial, la base di sostentamento per la divisione di investimento (Investment Banking, da qui in poi “IBD”).
  • La divisione di Asset Management, che gestisce i portafogli per conto dei clienti della Banca
  • La divisione IBD, la quale genera prodotti finanziari da rivendere anche tramite le divisioni di Asset Management e Private Banking, oltre ad effettuare servizi di finanza straordinaria (Corporate Finance/M&A) e lavorare sui mercati con le divisioni Sales&Trading

Confusi? Non ne dubito.

Il problema è che non siete solo voi ad esserlo. Se osserviamo le grandi istituzioni bancarie in Italia, osserviamo che:

  • Intesa SanPaolo e Mediobanca sono due eccellenze italiane, che hanno diviso la loro attività diversificando al massimo il business e cercando di responsabilizzare ogni singola divisione nella propria attività. Se si prende a caso la seconda, si può osservare come il ritorno più alto sia avvenuto nella divisione di investimento sui mercati, nonostante nel ramo retail essa possa vantare una banca online, CheBanca!, che, come nel caso di Fineco, ha generato utili estremamente rilevanti. Intesa, dal canto suo, rappresenta l’istituzione più strutturata e completa in Italia, un primato che le ha concesso anche di surclassare Unicredit come prima banca in Italia per capitalizzazione.
  • Unicredit, dal canto suo, è un misto fra ottime idee ed investimenti clamorosamente sbagliati, con le prime a copertura delle perdite delle seconde. Fineco Docet.
  • Da qui in poi, troviamo una serie di disastri più o meno grandi. Tutte queste realtà, hanno un punto in comune: l’aver puntato interamente, o quasi, su un unico business, il quale, divenuto non più remunerativo come una volta non è riuscito a fornire sufficiente margine per coprire l’enorme massa di Npl che andava via via formandosi. Il bilancio del terzo quarto del 2016 di MpS narra proprio ciò: perdita di esercizio oltre il miliardo in un trimestre, gravata da 750 milioni di euro di oneri derivanti da svalutazione crediti, più una diminuzione delle commissioni da operazioni Retail e Wealth (un altro  modo per chiamare la divisione Private) Management. E c’è da dire che MpS almeno ha delle divisioni corporate. Carige la sua divisione di Asset Management l’ha venduta nel 2013 e il ruolo svolto da Banca Cesare Ponti, la sua divisione Private è di dimensioni irrilevanti per il ruolo che la banca ligure dovrebbe ricoprire (valore stimato intorno ai 45 milioni). Ciononostante, essa nel 2015 rappresentava l’unica parte in utile dell’istituto ligure (ma guarda un po’…).
  • Infine, vi sono una serie di realtà molto più piccole che hanno sfruttato questa empasse finanziaria e si sono inserite con grande audacia. Talune realtà non sono neanche banche, ma fondi di Private Debt o Mezzanine Capital, ossia fondi di privati che prestano soldi alle aziende. Rimanendo in tema “banca” è interessante osservare un’esplosione delle piccole banche che hanno un grosso core business sul Private Banking. Da genovese non posso non menzionare la Banca Passadore, che ogni anno aumenta il volume dei propri utili. Piccola curiosità: se si scorre il bilancio della suddetta nel link appena postato, si può notare come il margine di interesse scenda del 6%, mentre le commissioni da servizi aumentino. Dunque essa è la riprova che poter concentrare il proprio business su un sistema diverso da quello tradizionale paga. In fondo, sta alla base del mero concetto di diversificazione. Banca Passadore non è la sola ad aver ottenuto certi risultati, che sono invece comuni nell’Associazione Italiana del Private Banking, presieduta da Pietro Sella, storico imprenditore biellese e AD di Banca Sella (che si, ha una forte proprensione al Private).

Per farla breve, non sono solo gli Npl il problema delle banche italiane. Noi possiamo anche sanarle, ma poi quale futuro le attenderà? Come potranno generare utili le banche che sono rimaste troppo indietro per competere con Fineco e CheBanca! sull’online?

Sono risposte a cui gli amministratori delegati delle varie istituzioni massacrate sui mercati dovranno dare risposta. La attendono tutti: azionisti, obbligazionisti e, ahimè, persino i correntisti. Sempre che non si decida di far pagare di nuovo la collettività.

20 miliardi alla volta.

Federico

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