La recente proposta di riforma fiscale di Donald Trump è esattamente ciò che ci aspettavamo, ossia un grande aiuto a ricchi ed imprese, a scapito delle fasce meno abbienti.

È una pratica ormai consolidata all’interno dell’amministrazione del tycoon, che però continua, direi ormai inspiegabilmente, a sorprendere opinionisti ed economisti.

Dopo la battaglia all’Obamacare e alla Dodd-Frank, risulta oggettivamente complicato pensare che la vigente amministrazione cambi ideologia tutto ad un tratto.

Nel dettaglio, la riforma prevede:

  • un abbattimento delle tasse corporate (per aziende), dal 35% al 20%
  • una riduzione del carico fiscale individuale per i super-ricchi, dal 39.6% al 35%, più altre varie riduzioni negli scaglioni intermedi
  • un aumento dell’imposta minima, dal 10% al 12%

Diversi economisti riferiscono che il taglio delle imposte potrebbe generare un ammanco di circa 5.8 trilioni di dollari nelle casse del Paese, nonostante i repubblicani parlino di un potenziale mancato ingresso di 1.5tn. Soldi che in qualche modo dovranno essere recuperati, considerato il già enorme debito pubblico USA, che si avvicina sempre più a quota 20tn.

Considerando la posizione economica attuale degli Stati Uniti, viene da chiedersi quale sia la motivazione dietro questa scelta. Il Paese ha una disoccupazione ai minimi storici ed una crescita del PIL intorno al 2.4%, che indica un sostanziale livello di salute.

Sarebbe, insomma, il momento nel quale si dovrebbe puntare a ripagare il precedentemente citato debito, soprattutto considerando il ciclo economico finalmente favorevole.

La scelta di Trump è dunque ideologica, piuttosto che basata su una necessità macroeconomica: una ideologia dove tagliare le tasse per i più ricchi ed aumentare le aliquote minime è considerato giusto per la crescita del Paese.

Il capo economista di Trump sostiene che questa riduzione delle tasse porterà 4000$ in più nelle tasche della classe media, poichè egli presuppone che una riduzione delle tasse attirerà gli investimenti ed aumentando ulteriormente la richiesta di lavoratori.

In realtà molti studi indipendenti contestano questa visione, sostenendo che non solo la classi più povere bensì anche la classe media finirà per pagare di più di quanto non paghi oggi, a causa di un ribilanciamento sproporzionato e a favore dei più ricchi, che sicuramente sono i maggiori usufruitori di questo nuovo sistema.

Storia dice che una riduzione di tasse si traduce molto spesso in un aumento dei dividendi, piuttosto che in un aumento dei salari, poichè la discrezionalità è in mano al management, che difficilmente si lascerà scappare la possibilità di remunerare senza difficoltà i propri investitori. Ciò è anche quanto è accaduto recentemente negli USA, dove la ripresa economica si è tramutata in un aumento di profitti aziendali e crescita dei ricavi più che proporzionali rispetto all’aumento dei salari.

Dunque sembra corretto poter dire che, propaganda a parte, la politica di Trump segue e continuerà a seguire un approccio ultraliberale, di certo non a favore del suo elettorato, ma piuttosto di Wall Street. Che poi altro non è che il rispetto delle sue promesse elettorali.

Federico

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